
…ti amo e ti odio con la stessa intensità. Emozioni e sentimenti tumultuosi mi si scatenano tutte le volte che sono tua ospite. Eh sì ospite, perché se fino a qualche tempo fa ti considerato la mia seconda casa, ora le mie visite diradate mi fanno sentire una turista in visita.
Non dimentico la prima volta che vi ho messo piede: ero con Lei, giovanissima e piena di speranze, si allontanava da casa e dai suoi cari perché sognava un futuro nella citta tra le più belle d’Italia.
Tra le tue mura ha trovato riparo con leggerezza e non senza difficoltà, superate con caparbietà e coraggio.
Le mie visite erano sporadiche, ma quei pochi giorni che riuscivamo a trascorrere insieme li usavamo per scoprire ogni angolo di te, passeggiando giornate intere, senza mai stancarci. Nelle giornate di sole ci sedevano sui mattoni rossi della tua immensa piazza: quanta storia trasudano quelle pietre. Gli occhi puntati sulla Torre del Mangia che si staglia nel tuo centro: una magia sospesa tra cielo e terra. Quante foto scattate e lei mi ripeteva ogni volta: “Scatti sempre le stesse foto, gli stessi luoghi”… e meno male che le ho scattate, perché in ognuna, guardandole ora, ritrovo qualcosa di diverso di Lei, di te.
Conosco le tue strade come le mie tasche, ma ogni volta che le percorro cerco di scoprire nuovi vicoli, nuovi angoli finora nascosti. Ho camminato le tue vie ad ogni ora del giorno: la mattina presto quando lei era all’Università e poi, tempo dopo, al lavoro e ancora con il mio piccolo nei verdi parchi che ti abitano; nei primi pomeriggi, soprattutto quelli primaverili, quando la natura si risveglia in maniera preponderante e il verde e il rosso fanno pendant con i mattoni delle case con il tramonto meraviglioso che gli fa da cornice. Quando le luci si accendono le strade cominciano a svuotarsi, solo la piazza è piena di gente, di bambini che corrono e di ristoranti affollati.
Il 2 luglio e il 16 agosto non c’è pace: una passione e una folle energia si sprigiona nelle tue contrade. “Pazzi, esaltati” ho pensato tante volte, ma il vero senese aspetta i giorni del Palio per imprimere ancor di più le sue origini, attraverso una corsa discutibile di poveri cavalli innocenti. Ogni tuo angolo è pieno di bandiere di colore diverso; per non parlare delle lunghissime tavolate apparecchiate nei tuoi vicoli dove i contradaioli mangiano, bevono e intonano a squarciagola i loro tradizionali canti. Il suono dei tamburi comincia settimane prima a rimbombare tra i vicoli, già di mattina presto. Che gioia essere lì in quei giorni, anche noi facevamo festa con loro, eravamo parte di te.
Io sono parte di te o forse lo ero e vorrei esserlo ancora.
Sai, per un po’ ho pensato che saresti diventata la mia casa, quella a cui tornare ogni sera, perché ti ho vissuto, ti ho amato quasi quanto ti ha amato Lei, tanto da legare la sua vita alla tua terra, terra nella quale ora giace, portando con sé quelle speranze e quei sogni dei suoi anni migliori.
Quando ritorno da te, ora, cammino lentamente nelle tue strade, sono sola, mi fermo nei posti che ho adorato con Lei e li osservo con un altro sguardo, ma non entro più nel “nostro” bar dove eravamo solite consumare la nostra colazione e i nostri aperitivi, tiro dritto avanti senza fermarmi. Ho cambiato posto, ho scoperto strade nuove che non ricordo aver percorso con lei.
Lei ti amava tanto da scegliere di non ritornare più nella sua città d’origine. Poi, cara Siena non l’hai più protetta e mi hai fatto scoprire un luogo silenzioso, eterno, appena fuori le tue mura, da cui non si ritorna: ti odio perché me l’hai portata via, ma ti amo perché Lei lì ha lasciato un dono, mi ha insegnato a guardarti comunque con gioia e speranza e i ricordi con te e con lei non potrò mai cancellarli.
G.







